12) Spinoza. Sul finalismo.
La Natura, che  sinonimo di Dio stesso, non possiede cause
finali, ma agisce con la stessa necessit con la quale esiste.
B. Spinoza, Etica, Parte quarta, Prefazione (pagina 207).

Chi ha stabilito di fare una cosa, e l'ha compiuta, dir che la
sua opera  perfetta, e lo dir non lui soltanto, ma anche
chiunque conosca bene, o creda di conoscere, la mente e lo scopo
dell'Autore di quell'opera. Per esempio se uno vede un'opera (che
suppongo non ancora compiuta) e sa che lo scopo del suo Autore 
di costruire una casa, dir che la casa  imperfetta, al
contrario, quando la vedr arrivata al fine che l'Autore aveva
stabilito di darle, dir che  perfetta. Ma se uno vede un'opera,
e non ha mai visto niente di simile n conosce l'intenzione
dell'artefice, non potr certo sapere se quell'opera  perfetta o
imperfetta. E questo pare sia stato il significato primitivo di
queste parole. Ma dopo che gli uomini hanno cominciato a formulare
idee universali e modelli di case, edifici, torri, eccetera, e a
preferire alcuni modelli di cose ad altri,  accaduto che ognuno
chiamasse perfetto ci che vedeva accordarsi con l'idea universale
che si era formata di tale cosa, e al contrario imperfetto ci che
vedeva accordarsi meno con il modello concepito, anche se era
stato portato completamente a termine secondo le intenzioni
dell'artefice. N sembra esser diversa la ragione per cui anche le
cose naturali, quelle cio che non sono state fatte dall'uomo, si
dicono comunemente perfette o imperfette. Infatti gli uomini sono
soliti formarsi, sia delle cose naturali sia delle cose
artificiali, idee universali che considerano come modelli delle
cose, e ritengono che la natura tenda ad esse e se le ponga come
modelli (credono infatti che la natura non faccia niente senza un
fine). Quando dunque vedono accadere qualcosa in natura che
coincide poco con il modello concettuale che essi ne hanno,
credono allora che la natura abbia mancato, o sbagliato, ed abbia
lasciato quella cosa imperfetta. Vediamo quindi che gli uomini son
soliti chiamare perfette o imperfette le cose naturali pi per
pregiudizio che per una vera conoscenza di esse. Infatti,
nell'Appendice alla Prima Parte, abbiamo mostrato che la Natura
non agisce in vista di un fine; infatti l'Ente eterno e infinito
che chiamiamo Dio, o Natura, agisce con la stessa necessit con la
quale esiste. Esso infatti, come abbiamo mostrato (nella Prop. 16
della I parte), agisce con la stessa necessit di natura in cui
esiste. Quindi la ragione, o causa, per cui Dio, ossia la Natura,
agisce ed esiste,  una e identica. Perci, cos come non esiste
per alcun fine, nemmeno agisce per alcun fine, e non ha alcun
principio o fine n del suo esistere n nel suo agire. La causa
che viene chiamata finale non  quindi altro che lo stesso umano
appetito considerato come principio o causa primaria di qualcosa.
Per esempio, quando diciamo che la causa finale di questa o quella
casa  stata l'abitazione, non intendiamo altro se non che l'uomo,
avendo immaginato le comodit della vita domestica, ha avuto
l'appetito di costruire una casa. Perci l'abitazione, considerata
come causa finale, non  altro che questo singolo appetito, il
quale in realt  una causa efficiente che viene considerata causa
prima perch gli uomini di solito ignorano le cause dei propri
appetiti. Infatti, come ho gi detto parecchie volte, essi sono
consapevoli delle proprie opinioni e dei propri appetiti, ma
ignari delle cause da cui sono determinati ad appetire qualcosa.
Che poi gli uomini comunemente dicano che la natura a volte  in
difetto, o pecca, o produce cose imperfette, lo annoverano fra le
finzioni di cui ho parlato nell'Appendice alla Prima Parte. Quindi
la perfezione e l'imperfezione, in realt, sono soltanto modi del
pensare, ossia nozioni che siamo soliti inventare quando
paragoniamo fra loro individui della stessa specie o dello stesso
genere.
B. Spinoza, Etica e Trattato teologico-politico, UTET, Torino,
1988, pagine 263-264.
